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Dove finiscono mascherine e guanti usati?

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Finora il Virus SARS-Cov2 ci ha dato enormi lutti e dolori e solo un qualche sorriso ci è stato concesso guardando come la natura e l’ambiente abbiano beneficiato dallo stop dell’uomo e delle sue attività. Però questo timido e dolorante sorrisetto dovremo presto cancellarlo non appena il disastro rifiuti sanitari verrà alla luce. Tra mascherine, guanti e rifiuti sanitari, l’emergenza coronavirus aggraverà per chissà quanto tempo la situazione della presenza di plastica nelle acque e nei terreni e cioè ovunque nel mondo.

Un miliardo di mascherine al giorno

Quante sono le mascherine e i guanti monouso che usiamo e buttiamo ogni giorno? Pensando che solo in Cina, secondo alcune fonti di stampa, servono 2-400 milioni di mascherine al giorno, si può facilmente immaginare che quotidianamente nel nostro pianeta ne vengono usate e smaltite per un numero intorno al miliardo.

Questi prodotti sono per lo più confezionati con TNT (tessuto non tessuto) polipropilene oppure in poliestere. Insomma ogni mascherina, compresi tiranti ed eventuali valvole, è costituita di circa 5-10 grammi di plastica (FFp2model). I guanti, che anche siamo tenuti a indossare (in Italia) nelle poche attività permesse fuori casa, sono fatti di Lattice o di Nitrile (copolimero di butadiene e acrilonitrile). Pesano circa 5 grammi/cd e anche loro, in numero e peso analogo a quello delle mascherine, contribuiscono ad aumentare il tonnellaggio di plastica usata da smaltire. Per non parlare delle esigenze degli operatori sanitari negli ospedali e nelle case per anziani che in più usano grembiuli, occhiali, visiere etc.

Un’esplosione di rifiuti sanitari

Si pensi che nella sola Wuhan in Cina durante la crisi della epidemia del virus si producevano 240 tonnellate al giorno di rifiuti sanitari. Moltiplichiamo Wuhan per tutti gli ospedali delle nostre città in piena pandemia. Avremo così un’idea di quanta sarà la plastica in più a circolare nel mondo con tempi di residenza nell’ambiente di svariate decine di anni.

Bisogna dire che in Italia e anche nei paesi organizzati i rifiuti sanitari anche per il loro rischio di diffusione di patogeni vengono smaltiti in impianti di combustione detti termovalorizzatori. Anche questa operazione, però, non è priva di rischi per l’ambiente. Emissioni gassose e spandimento di diossine e altri composti tossici ne sono responsabili, soprattutto se gli inceneritori sono costretti a lavorare in condizioni di stress.

Come smaltire le mascherine a casa?

Per le situazioni di smaltimento domestico, in casa, in Italia ci sono delle linee guida dell’Istituto Superiore di Sanità. Queste misure prescrivono di mettere il materiale potenzialmente infetto in sacchetti resistenti (anche tre uno sopra l’altro) e conferirlo alla raccolta del materiale secco indifferenziato. Però, come dicono i proverbi, tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare. Infatti proprio le acque marine saranno il recapito ultimo di una parte di questi DPI (dispositivi protezione individuale) o PPE (personal protective equipment ). Questa quantità sarà più o meno cospicua a seconda del senso civico che i cittadini e gli operatori pubblici e privati sapranno dimostrare.

Una nuova minaccia per l’ambiente

Le associazioni ambientaliste ci informano che già oggi dai 4 ai 12 milioni di tonnellate di plastica finiscono negli oceani ogni anno. Questo causa come effetto secondario che ognuno di noi, consumando i prodotti del mare insieme ad acqua e alle bevande imbottigliate, ingerisca inconsapevolmente ogni anno più o meno 100-200.000 particelle di microplastica (0,05-5 mm) e nano plastica (inf.a 0,001 mm). Spiace dirlo ma, contando purtroppo sulla incuria di parte dell’umanità, possiamo fin d’ora mettere in conto un aumento di questi dosaggi come conseguenza delle nostra disperata difesa di fronte al SARS-Cov2.

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