Non fuggono da guerra, persecuzioni politiche o crisi umanitarie. I nuovi migranti italiani hanno infatti una famiglia che li supporta, un prezioso titolo di studio nella famosa ‘valigetta di cartone’ e conoscono la lingua del Paese che li ospiterà. Ciononostante, l’epopea di milioni di cervelli in fuga non è meno drammatica di quella che nel dopoguerra strappò padri, figli e fratelli alle proprie famiglie causando drammi come l’incidente di Marcinelle, in Belgio, dove persero la vita 136 minatori italiani l’8 agosto 1956.

A 63 anni dalla tragedia e alla vigilia delle commemorazioni della Giornata nazionale del sacrificio del lavoro degli italiani nel mondo, è sempre più attuale la riflessione sull’incredibile perdita di capitale umano per il nostro Paese che comporta questa fuga. Altrettanto significative sono le piccole grandi tragedie che ogni giorno condizionano l’esistenza dei giovani espatriati.

I numeri parlano chiaro. Negli anni ’50, lasciarono il Belpaese in media 294 mila italiani l’anno. Erano perlopiù operai, minatori e costruttori che, gettando le fondamenta nella modernità in nazioni come l’Argentina e lo stesso Sudafrica, aiutarono l’Italia a lasciarsi alle spalle un critico ventennio di dopoguerra.

Oggi, un flusso migratorio quasi pari a quello del dopoguerra comporta una perdita enorme per il Paese, perchè ad andarsene sono giovani professionisti i cui risparmi restano perlopiù fuori dai confini italiani. Nel 2018, l’Istat ha registrato 190 mila emigrazioni ufficiali, ma la stima totale è di almeno 285 mila (dati Idos). Un numero in continua crescita che rappresenta una ferita aperta per il tesoro nazionale, che perde centinaia di migliaia di euro per ogni laureato – formato a spese dei contribuenti – che cerca fortuna all’estero.

Tra le mete preferite dagli italiani, il Regno Unito, la Germania, la Svizzera, la Francia, il Brasile, gli Stati Uniti, la Spagna, l’Australia, l’Irlanda e il Canada.

Un dato allarmante è quello del sud Italia, dove il numero di emigrati è superiore a quello degli immigrati. Negli ultimi 15 anni hanno lasciato le regioni del mezzogiorno più di due milioni di persone. Lo svuotamento del mezzogiorno cresce nonostante l’introduzione di politiche per il “rientro di cervelli” e per il supporto a piccole e medie industrie sul territorio regionale.

Se l’emigrazione è meno alienante oggi di quanto lo fosse sett’antanni fa, le prospettive non sono sempre migliori. Maurizio Ambrosini, docente di sociologia all’Università Statale di Milano, ha spiegato nel 2018 a Il Sole 24 Ore: “All’estero si fanno anche lavori più umili, solo che si può ‘mascherarlo’ con il fatto di essere lontano da casa e alla ricerca di opportunità. In Paesi come l’Australia ci sono lavori riservati proprio a migranti con basso grado di qualifiche. Che vengono scelti anche da italiani con grado di scolarità più alto”.

Ricordando i caduti di Marcinelle, che simbolizzano il sacrificio di tutti i lavoratori italiani nel mondo, il Segretario del CGIE Michele Schiavone ha scritto: “Se questi tragici ricordi assieme ai numerosi film dedicati all’emigrazione italiana proiettati nei tanti festival estivi, se i tanti motivi musicali, che parlano dell’Italia di ieri e di oggi, potessero spingerci a ragionare che liberamente e senza preconcetti sulle cause e sulle soluzioni della mobilità delle persone, potrebbero maturare le condizioni per definire altri modelli di società inclusive e immaginare una stagione di progresso civile e sociale utile a capire e a definire anche i diversi aspetti che spingono ancora milioni di italiani ad emigrare”.

“Il nostro Paese”, conclude Schiavone, “deve compiere uno sforzo maggiore, partendo dai lori esempi e dalle loro storie, per ritrovare il coraggio e la forza per superare le lacerazioni che rischiano di compromettere i rapporti tra le istituzioni, le persone e il mondo”.

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